EN IL CIRCOLO DEGLI SCIPIONI
IL CIRCOLO DEGLI SCIPIONI EN
Conversazione

I mistici oggi
li chiamiamo artisti.

Non serve più pregare per connettersi con il divino. È il divino che si fa presente a noi, inviando notifiche.

Siamo circondati da oracoli: le intelligenze artificiali, esseri che vivono nell'etere e rispondono sempre, a richiesta. Complice l'alto livello di informatizzazione e di automazione della vita quotidiana, l'essere umano sta perdendo la componente spirituale che lo ha sempre accompagnato. Le parole spiritualità e misticismo non fanno più parte del nostro vocabolario quotidiano, e le figure che un tempo venivano glorificate e venerate per il loro contatto diretto e profondo con l'altrove sembrano scomparse.

Sembrano. Perché in realtà ci sono ancora: soltanto che oggi non le chiamiamo mistiche. Le chiamiamo artiste.

Conobbi la figura di Marina Abramović al corso di arte all'università. L'opera che me la fece scoprire fu The Artist Is Present: MoMA, 2010, più di settecento ore seduta immobile su una sedia, mentre fuori dal museo la gente faceva la fila per potersi sedere di fronte a lei e comunicare senza dire una parola. Poi vennero tutte le altre.

Sentii subito una connessione forte, perché percepii che il senso vero delle sue opere stava in qualcosa di invisibile e imperscrutabile. La conferma la ebbi leggendo Attraversare i muri, l'autobiografia che ha scritto con James Kaplan. Capii che era alla ricerca di qualcosa di divino attraverso l'uso del proprio corpo: la performance art come strumento per connettersi a ciò che resta nascosto.

Il prezzo da pagare, nella mia lettura, è altissimo: portare il corpo oltre il limite della resistenza e del dolore, fino a sfiorare la morte. E lei la morte, addirittura, la pettinò. Accadde alla Biennale di Venezia del 1997, con Balkan Baroque. Per quattro giorni, nel seminterrato del padiglione, rimase seduta su una montagna di ossa bovine a ripulirle una a una, cantando le canzoni della sua infanzia jugoslava, mentre là fuori la guerra nei Balcani non era ancora finita. Il sangue non si lava via: l'opera lo dimostra proprio non riuscendoci. Le valse il Leone d'oro.

I suoi genitori erano stati due partigiani, eroi di guerra sotto Tito: la generazione dei nostri nonni. Lei lavava le ossa di quella successiva. È lo stesso sasso nello stagno di cui ho scritto altrove — un'onda partita da altri che qualcuno, decenni dopo, sta ancora cercando di rimettere in ordine. Con le mani, un osso alla volta.

È affascinante quanto arte e morte siano intrecciate: l'arte come epifania della vita, opposta al suo annichilimento. E quanto Marina Abramović abbia trasformato l'annichilimento del proprio corpo in vita, cioè in arte.

Nella performance The Artist Is Present ha usato il corpo in modo diverso, creando un contatto diretto e in prima persona con lo spettatore, che doveva sedersi di fronte a lei a pochi centimetri, per un tempo indeterminato. Nessun dialogo, nessuno scambio di alcun tipo se non un contatto diretto dello sguardo. Una connessione che oggi è la cosa più difficile che ci venga chiesta, se riguarda il contatto umano — e allo stesso tempo la più facile, se passa attraverso un dispositivo elettronico.

Molte persone sedute davanti a lei al MoMA scoppiavano a piangere, totalmente disarmate, come se avessero messo a nudo i propri segreti e le proprie debolezze. Una confessione senza dialogo verbale: energetica, mentale.

A noi l'altrove arriva sullo schermo, gratis, a ogni ora del giorno. A lei serviva un corpo, e serviva metterlo in gioco per intero.

Forse i mistici non sono scomparsi. Siamo noi ad aver smesso di pagare il prezzo per andarli a trovare.