Mio nonno, classe 1922, fu uno dei tanti ragazzi strappati dai campi e spediti al fronte. In Algeria.
Immagina per un istante di aver visto raramente, nella tua vita, un mezzo di locomozione di qualsiasi tipo, e di doverti all'improvviso spostare in treno, poi in camion, poi attraversare il Mediterraneo scortato dai caccia militari. Una volta sbarcato, di essere catapultato al fronte nella fase più cruenta del combattimento. Aggiungi un paio d'anni di prigionia e infine il ritorno a una normalità fatta di sacrifici e di miseria.
Penso che questo profilo, comune a moltissimi dei nostri nonni e bisnonni, meriti quanto meno di essere studiato e capito, come atto di rispetto e di riconoscenza. E c'è un dettaglio che cambia del tutto la percezione delle cose: quegli avvenimenti hanno colpito trasversalmente le vite di milioni di persone in tutto il mondo, e ci riguardano molto da vicino, perché da quella generazione alla mia ne sono passate appena tre.
Sentivo il bisogno di capire non la storia in sé, ma che cosa i miei avi abbiano dovuto subire passivamente da essa. Ho immaginato quel periodo come uno stagno in cui a un certo punto è entrato un sasso, con una velocità e una forza tali da agitare l'acqua in un turbinio di increspature violentissime e incessanti. Quelle increspature sono il caos nelle vite di chi ha attraversato quegli anni bui.
Churchill e Odachi occupano due posizioni diverse rispetto a quel sasso: chi ha tentato di fermarlo e chi invece ne ha subito l'onda d'urto, pur essendo stato il suo stesso popolo a lanciarlo.
Kazuo Ōdachi si arruolò nel 1943, a sedici anni, nell'aviazione della Marina imperiale giapponese, con il sogno di diventare pilota di caccia. Un anno dopo lo assegnarono alla tokkōtai, l'unità d'attacco speciale: i kamikaze. Ha tenuto per sé quella storia per più di settant'anni, prima di raccontarla in Memorie di un kamikaze.
Ed è qui che la differenza conta più della somiglianza. Mio nonno fu preso. Odachi si offrì, inseguendo un sogno, e gli fu risposto che quel sogno sarebbe finito contro la fiancata di una nave.
Fermati un istante e prova a ricordare il te stesso a sedici anni. Ora prova a immaginare di dover imparare a pilotare un aereo dell'epoca, tutto manuale e analogico, sapendo che per quel mestiere è prevista una sola fine.
Da adulto Odachi venne etichettato come troppo duro e severo. Ma aveva vissuto un'esperienza al limite, con la morte pronta ad accoglierlo in ogni istante, a sedici anni. La sua durezza verso i più giovani nasceva dal vedere intorno a sé uno stile di vita miope, che si era già dimenticato del mare di lacrime e di sangue versato pochi decenni prima. È il destino di quasi tutti quelli come lui: tornare da una cosa del genere e trovare una società che ha smesso troppo presto di ricordare il sacrificio di chi ne aveva posto le basi per la ricostruzione.
Churchill vide la morte e la guerra su un piano diverso da Odachi. Non necessariamente più alto. In fondo guidava una nazione e un popolo soprattutto con il carisma e la leadership, e la morte era una conseguenza possibile, diretta o imprevista, della sua guida: presente anche nella sua vita, ma in un altro modo. Le bombe caddero anche su Londra, e i suoi viaggi in aereo o in nave furono un rischio costante. Ma è soprattutto il prendere decisioni che muovevano migliaia di uomini nell'incertezza del campo di battaglia che lascia il segno.
Credo che tutti noi abbiamo un'eredità da raccogliere, lasciata dai nostri nonni e dai nostri bisnonni, e che quell'eredità sia il dovere di ricordare il loro sacrificio. Non è retorica: è una misura. Se per un momento abbandoniamo le frivolezze quotidiane e pensiamo alla durezza delle loro vite, molti dei problemi che ci sembrano insormontabili si rivelano per quello che sono.
C'è chi quel debito ha provato a pagarlo con il corpo. Nel 1997, mentre i Balcani erano ancora in guerra, Marina Abramović passò quattro giorni seduta su un mucchio di ossa a ripulirle una per una — figlia, anche lei, di due che quella guerra, quella di prima, l'avevano combattuta. Il sangue non venne via. Non viene mai via. È esattamente il punto.
Mio nonno aveva visto la morte sul campo di battaglia e aveva conosciuto la prigionia. Eppure ha saputo donarmi un amore immenso. È la cosa di lui che capisco di meno, ed è l'unica che conta davvero.
Il sasso nello stagno lo avevano lanciato altri. A rimettere in ordine l'acqua toccò a loro, e lui lo fece nell'unico modo che gli era rimasto.